È convincimento di alcuni protag onisti di quella stagione – come Giuliano Amato – che alla fine più che di un confronto costruttivo si trattò di una guerra nutrita da una ostilità che i liberal non avrebbero mai osato mostrare nei confronti delle imprese industriali.
Oggi il dibattito è centrato sul rischi di rattrappimento che il nostro apparato industriale sta correndo e sull’eventualità tutt’altro che remota che un’uscita lenta dalla recessione venga pagata duramente in termini di posti di lavoro.
Tra qualche mese però quando saremo in grado di fare un censimento più realistico dei danni che la crisi avrà causato al nostro sistema produttivo e si tratterà di mettere in relazione le nostre imprese con il mutamento del commercio internazionale, finalmente ci occuperemo dello stato di salute – si fa per dire – del nostro terziario avanzato.
Giuste policy per favorire lo sviluppo del terziario e riforma delle professioni sono due iniziative che devono marciare parallele per essere credibili, averle separate – anche solo concettualmente – non ci ha aiutato né nei «meravigliosi Anni 80» quando non era reato confrontare Milano con Londra né a cavallo del nuovo secolo quando competenze e mercato non hanno trovato il modo di dialogare.
Fonte:
http://www.corriere.it/editoriali/09_novembre_17/dario_di_vico_ascoltare_di_piu_le_professioni_077d2992-d33e-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml